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Valle del Chiese e Val di Fumo, tra gigli selvatici, mucche perplesse e polenta.

6 agosto 2013


­­­Non avevo mai fatto vero. E chi fa vero sicuramente dirà che nonostante la mia esperienza trentina continuo a non aver mai fatto vero.

Tutto è cominciato così: “Dai, è una passeggiata nella natura. Non ci dobbiamo arrampicare da nessuna parte”. La Settimana Enigmistica avrebbe scritto: “Le ultime parole famose”.

Da Milano abbiamo raggiunto Brescia in treno. Una responsabile del Consorzio Turistico ci è venuta a prendere e ci ha portato alla , direzione . Nessuna delle tre location (Valle del Chiese, e Val di Fumo) rientravano nelle mie conoscenze geografiche. Quello che nell’intento era la documentazione fotografica di uno dei percorsi a piedi tra i meno battuti in Italia, era per me un autentico viaggio verso l’ignoto. Un ignoto con un dislivello di 200 metri, dai 1800 ai 2000 metri sopra il livello del mare.

Se consideriamo l’altezza media di un appartamento pari a 3 metri circa, se ne evince che 200 metri, in altezza, equivalgono a un palazzo di 66 piani.  Ecco… dovevo arrampicarmi per 66 piani… potevo essere serena?

Roberto era la nostra guida: infermiere di professione, sindaco di Praso  per amore verso il suo territorio.

Se fossimo stati in grado di seguire il suo passo saremmo arrivati al SAT, meta della nostra escursione, in un’ora e mezza a esagerare.

Dopo un’ora e mezza di cammino eravamo appena a metà del Lago Bissina! E il lungo-lago era il tratto più agevole da percorrere: niente salite, strada battuta anche dalle auto, nessun ruscello da attraversare, niente ponti… insomma, poco più di una bella passeggiata in campagna tra cascatelle e gigli selvatici.  Il contesto ideale per fermarsi a scattare una foto ogni 5 minuti! A Roberto sarà sembrata una Via Crucis…

Non stavamo ancora facendo trekking, però. La fatica vera sarebbe arrivata in fondo al Lago, alla foce del fiume Chiese. Al bivio, si può scegliere se risalire il Chiese prendendo il sentiero di destra, più scosceso, tanti massi, tutto in salita, oppure il sentiero di sinistra, più dolce e più semplice da percorrere.

Indovinate quale abbiamo preso.

Ora, per sdrammatizzare, solo chi ha gravi problemi deambulatori non è in grado di arrivare al Rifugio. Tutti gli altri, anche le persone ad allenamento zero come me, possono farlo, in tempi diversi … più o meno agevolmente. Ecco, io meno. Ho fatto fatica, molta. Vedere il rifugio e avere la sensazione che non lo si raggiungerà mai è a tratti sconfortante, però non si poteva mollare. A ogni passo c’era qualcosa di nuovo da scoprire: i girini di rana rossa in un acquitrino, il timo in fiore, che non avevo mai visto in vita mia, la tonalite, ossia la pietra di queste montagne, del Massiccio dell’Adamello, affiorata per la prima volta sul Tonale (da cui il nome). Una pietra così dura da non essere nemmeno scalfita dall’acqua del Chiese, la quale quindi non porta con sé i detriti di roccia e rimane così limpida da sembrare quella di un ruscello. E poi abbiamo incontrato un formicaio gigantesco fatto di rametti accatastati dalle tante formiche laboriose. Roberto l’ha toccato, disturbando le abitanti, poi ha messo la sua mano, a cucchiaio, sopra il formicaio stesso. Ne ha catturato l’odore e ce l’ha fatto annusare. Fortissimo, pungente: l’acido formico rilasciato dalle formiche per difendersi pare sia un ottimo rimedio contro il raffreddore. Sicuramente ti arriva alla testa in pochi secondi!

Le spiegazioni di Roberto, che conosce il territorio come il palmo delle sue mani, sono un toccasana. Ti distraggono dalla fatica, ti arricchiscono, e ti permettono una sorta di integrazione con il territorio. O forse la nuova energia derivava dall’aver sniffato acido formico. Fatto sta che Roberto ama queste montagne e te le fa amare. Ha percorso chilometri a piedi quassù, ha aiutato i musei locali nel rintracciare le trincee e i nascondigli costruiti in questi luoghi dai soldati delle Guerre Mondiali, ha osservato le rocce da vicino per trovare i segni dell’uomo e ascoltarlo è davvero affascinante.

Ci ha parlato del maggio ciondolo, un albero locale di cui non sospettavo l’esistenza, la cui fioritura gialla a grappolo è profumatissima. Il suo legno è duro, eterno, e veniva usato soprattutto per le ruote dei carri, i manici dei coltelli, le cuccette per le vacche. Ma guai a usarlo per le stoviglie: è velenoso e non deve entrare in contatto con il cibo. Appena tagliato è verde cupo e ossidandosi diventa marrone. Viene particolarmente utilizzato nella tarsia.

Ci ha raccontato di Merlino , una località spazzata via dalla peste. Era la terza comunità della Regola (concilio dei capi famiglia che gestivano un territorio) di Praso, Sevros e Merlino. Fino al Quattrocento i documenti della Regola parlano dei capifamiglia di Merlino, dopo di che non se ne ha più traccia. Pare infatti che una grossa epidemia di peste abbia colpito gli abitanti di questa comunità, che, si legge in qualche documento, venivano sfamati dagli abitanti di Praso che allungavano pertiche con il cibo sopra il fiume Filos, in modo che dall’altra sponda lo ritirassero senza entrare in contatto diretto con chi viveva a Praso. Secondo la leggenda, una sola famiglia pareva essere sopravvissuta alla peste, ma per la paura del contagio, i sbirri avrebbero cercato di soffocarne tutti i componenti. Si sarebbe però salvato solo un ragazzo, fuggito a Ghione, dove avrebbe adottato il cognome Salvaterra.

Roberto ci ha parlato anche di etimologia della Val di Fumo: ci sarebbero due possibili derivazioni della parola Fumo. Da “Fini”, ovvero “Confini” e dunque Valle di Confine, oppure dalla nebbia, il fumo, che si concentra in questa conca. E da quello che abbiamo visto mentre eravamo lì direi che la nebbia, data spesso dalle nuvole basse, è sicuramente l’ipotesi più accreditabile.

Siamo arrivati così nella valle, passando davanti a qualche suggestiva abbandonata, accompagnati dai racconti di Roberto, e abbiamo fatto l’ultimo sforzo per salire al Rifugio SAT e goderci il panorama, oltre che una merenda strepitosa a base di salumi, formaggi e dolci preparata dai titolari, anche loro protagonisti di una storia di Roberto: sono la terza generazione che gestisce questo rifugio. Prima di loro i genitori di lui e i suoi nonni. Ogni anno arrivano qui a inizio stagione, in primavera, in elicottero, con la maggior parte delle attrezzature necessarie per gestire il rifugio stesso, poi quando hanno bisogno di pane o altri alimenti che non producono in proprio, si avviano a piedi, attraversano tutta la valle, arrivano alla foce del Chiese, dove hanno precedentemente lasciato un’auto, e vanno a fare la spesa. Il ritorno, dalla foce del Chiese, con le buste della spesa, è a piedi.

I salumi e i formaggi sono i loro fiori all’occhiello. La ricotta fatta con il latte delle capre lì al pascolo era una crema così buona, che non me ne potevo distaccare. E poi il fatto di chiamarla “poìna” nel dialetto locale, la rendeva familiare (in ferrarese: puìna). Assolutamente da provare con le tante confetture casalinghe in abbinamento (sublime quella ai mirtilli!). E da provare anche il “Buzzulan”, una pasta sfoglia in rotolo ripiena di marmellata di mirtilli rossi e noci. Le nonne usavano fare questo dolce quando avanzava un pezzo di sfoglia, per la merenda dei bambini. Anche gli adulti hanno apprezzato!

Sarei rimasta volentieri un po’ di più al rifugio. Certo, per riposare, ma soprattutto per parlare con i titolari e capire cosa li porti a fare una vita di questo tipo. Per mesi in questo rifugio, dove i contatti con il resto del mondo sono tutt’altro che scontati. Dovrò tornare quassù un giorno. E vorrò essere accompagnata ancora da Roberto.

La sera ci aspettavano Terry e la sua famiglia, all’Agritur La Zangola.


Terry era una parrucchiera, che ha deciso di cambiare vita alla nascita dell’ultima figlia, che fa l’estetista e lavora in Liguria. Gli altri figli, Michael, il più grande, Daniel, il secondo-terzo figlio, e Kolya, un ragazzo proveniente da una delle ex repubbliche sovietiche, in affido, arrivato a casa prima che nascesse Daniel, poi perso per qualche anno, e ora ritrovato, le danno man forte, col marito, nella gestione del ristorante-rifugio-bed&breakfast. Terry ha una piantagione di fragole più a valle e una malga con le mucche. Fa il burro in casa, senza conservanti, ed è proprio una brava cuoca. Nella fattoria di casa non mancano le capre, i porcellini, gli asini, i cavalli e i cani. Kolya si occupa delle mucche. Le porta al pascolo dando loro anche un po’ di sale, per “insaporire l’erba”, ci dice, ma soprattutto per farle bere. Una di loro è enorme: partorirà un vitellino gigantesco, non senza difficoltà.


Tra le specialità di Terry spicca la Polenta Carbonera. La farina gialla di Storo (località della Valle del Chiese) è l’ingrediente indispensabile per ottenere la perfetta , in cui non mancano burro, grana , salamino fresco e Spressa (un formaggio locale – da non confondere con la Soppressata calabrese). L’apporto calorico di una porzione di non è noto. Si sa però che, essendo un “piatto d’alta quota” (lo si prepara nei e negli agriturismi oltre i 1000 metri), ne è giustificata l’assunzione anche a ferragosto. Non a caso si tiene qui d’estate una gara tra chef che si chiama “Polenta contro Tutti”. Vince sempre la polenta: i commensali stramazzano al suolo satolli, ma felici. Posso testimoniare.

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