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Midwest: gli USA da Chicago a New Orleans e oltre

31 agosto 2014


Il Midwest degli Stati Uniti

Il Midwest degli Stati Uniti

Il viaggio da Chicago a New Orleans on the road non rientra tra i road trip americani più battuti. L’ho pensato a tavolino. Una prima possibilità era intraprendere la Route 66 fino a Los Angeles, ma 3 settimane non sono sufficienti, e dunque ho optato per una verticale verso il Golfo del Messico. Una scelta decisamente azzeccata per vedere gli Stati Uniti veri, quelli che hanno combattuto per l’Indipendenza, quelli che hanno voluto l’abolizione della schiavitù e si sono battuti per i diritti civili delle persone di colore. Quelli in cui si vive nelle case-container di legno lungo le strade principali. Quelle case che a New Orleans si sono volatilizzate per colpa di Katrina e che poi sono risorte. Qui ci sono anche le case di alcuni dei personaggi più ricchi della Confederation: ville meravigliose, magioni eleganti, magari d’epoca, sulle cui porte è d’obbligo appendere una ghirlanda di benvenuto. Sono gli Stati dove la cucina cajun e la lingua creola sono più diffuse quasi dell’inglese e degli hamburger. Sono gli Stati in cui sono nati il rock, il jazz, il blues e il country… vi pare poco? Gli Stati in cui convivono la Route 66, la prima strada che condusse da est a ovest, il Museo della Coca Cola, vero tempio del marketing e della felicità (sentirete ripetere la parola happiness un centinaio di volte), il Museo dei Diritti Civili e quello delle Insegne, luminose e non, che caratterizzano così tanto gli Stati Uniti. Sono gli Stati in cui la gente si ferma per strada mentre guardi una mappa e ti chiede “hey guys, need help?”…
Tre settimane sono un tempo sufficiente per vedere tanto, farsi un’idea di questa zona meno conosciuta e beneficiare delle spiagge della Florida.

IL TOUR

DATA ITINERARIO/TAPPA
22 luglio Milano-Francoforte-Chicago (Lufthansa)
23 luglio Chicago
24 luglio Chicago-Springfield-Saint Louis
25 luglio Saint Louis
26 luglio Saint Louis
27 luglio Saint Louis-Memphis
28 luglio Memphis
29 luglio Memphis-Jackson-New Orleans
30 luglio New Orleans
31 luglio New Orleans-Pensacola
01 agosto Pensacola
02 agosto Pensacola
03 agosto Pensacola-Atlanta
04 agosto Atlanta-Chattanooga-Nashville
05 agosto Nashville-Cincinnati
06 agosto Cincinnati-Indianapolis
07 agosto Indianapolis-Chicago
08 agosto Chicago
09 agosto Chicago-Francoforte-Milano
Tutte le tappe del tour

Tutte le tappe del tour


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Tremosine, il Lago di Garda e le Potarìse

27 maggio 2014


Quello di Tremosine è un comune diffuso. Così diffuso che persino il comune stesso, inteso come municipio, non è a Tremosine, bensì a Pieve, la località dei SìmaSàc. I Sìma… che?

Cominciamo dall’inizio.

Tremosine, in provincia di Brescia e a picco sul Lago di Garda, è costituita da 17 (ma qualcuno oggi ne conta 18) frazioni. La più recente, la diciottesima, è nata in seguito alla costruzione delle seconde case che sempre più tedeschi hanno scelto come meta di vacanza, mentre le altre 17 frazioni hanno una storia antica, fatta anche di quel sano campanilismo italiano per cui l’erba del vicino sembra più verde, ma la nostra è senza dubbio migliore.

Per molti anni isolate dal resto del territorio circostante, prima che l’ingegner Riccardo Cozzaglio dirigesse i lavori della Strada Gardesana e prima ancora che suo padre, il geologo tremosinese Arturo Cozzaglio, progettasse la strada Porto-Pieve-Vesio, questi piccoli agglomerati erano collegati al lago da sentieri scoscesi, che scendevano e risalivano lungo le rocce, e da una teleferica usata per le merci, trasportate in sacchi, che arrivava a Pieve. I cittadini di questa frazione erano quindi avvantaggiati dalla ricezione delle merci in anteprima e, secondo la leggenda, approfittavano largamente di questo beneficio, aprendo i sacchi di crusca o di farina, appropriandosi di porzioni che non erano per loro e livellando nuovamente il contenuto dei sacchi (l’operazione in dialetto si descrive come Simàr i Sàc) prima che questi ripartissero per altre destinazioni. La famiglia Cozzaglio, insigne rappresentante del territorio tremosinese, viveva nella famosa “Cà de la Scala Tonda”, a Pieve. Anche questi illustri cittadini erano quindi dei SìmaSàc.

La vista mozzafiato dalla terrazza di Pieve. Foto di Morena Menegatti

La vista mozzafiato dalla terrazza di Pieve.
Foto di Morena Menegatti

A Voltino, la frazione più in alto sul livello del mare, vivono invece i CantaGài, quelli che per primi, vedendo la luce del sole, sentono cantare i galli, mentre a Vesio ci sono i MàgnaRospi, che si diceva mangiassero i rospi che popolavano il grande stagno che si trova sul territorio. Pregasio era invece terra dei FùraSése, ossia coloro che si intrufolavano oltre le “sése”, il recinto di filo spinato che proteggeva i terreni altrui, per impossessarsi di ortaggi e altre primizie; i RòbaBòre rubavano invece i tronchi di legna accatastata a Sermerio.

A Campione risiedevano invece i Picàole, che dopo aver pescato le alborelle di lago (le àole, in dialetto), le mettevano a essiccare appendendole, come impiccate, agli alberi. Cadignano è invece la frazione dei BùsaBurde, apparentemente abitata da persone così timide e schive da camminar sempre a capo chino, al punto che potrebbero finire contro le burde (ossia i pendii di terra che separano due prati che si trovano su livelli diversi). Chi vive a Mezzema si dice invece sia così ingenuo da meravigliarsi di tutto, e per questo meritevole di essere definito un Maravée. A Voiandes ci sono invece i MaCaBèi (letteralmente “ma che belli”, mentre oggi si direbbe forse “ma che fenomeni”), definiti così dopo che si erano cimentati in un’impresa un po’ azzardata, quella di far andare a vela una carro normalmente trainato dai buoi. Impresa miseramente fallita. A Ustecchio, territorio coltivato a vigneti, ci sono sempre stati invece i Botasöi, ovvero i possessori di botti per il vino, mentre nel territorio della Corésa (ossia la zona che oggi comprende Secastello, Sompriezzo, Musio e Priezzo), c’erano Le Potarìse de la Corésa, ossia i fichi, qui coltivati in grandi quantità, e conservati a essiccare nei solai insieme ad altri frutti.

Con il termine Potarìse, però, oggi si definisce, nel dialetto locale, anche l’organo genitale femminile… ma questa è probabilmente un’altra storia.


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My Instagram pic in the highest photo-exhibition in Europe.

15 settembre 2013


Did you know? The highest photo-exhibition ever set up in Europe is these days visible at 2,652.00 metres above sea level, on Passo Gavia, one of the most challenging stages of Giro d’Italia, the most famous Italian cycling race. It’s called Adamello Pedala and it is entirely made of Instagram pictures amongst which there’s also one of mines (here in this page; see others on Instagram @morenaemme).

Cycling at all agesThe pictures document a two-days challenge that over 3 thousand cyclists undertook climbing Passo Gavia and Passo Mortirolo, the hardest stages of Giro d’Italia. Some were very professional, some climbed on vintage bikes, others went with their entire families, defying strain and an average 8% slope (max gradient 16%!).

It’s certainly been a huge effort, but all reached the peak, which turned out as a great success.

Alberto Contador, the very well known Spanish champion, was the “prize” for those who could reach the peak for first, as he was also climbing and would stay a little bit on the top of the mountain for an autographs give away and to answer some interviews.

The best part of this experience for those who are not professional cyclists, like me, is the amazing view these mountains do offer. Looking down the hill from around certain corners is like flying over never ending tiny streets clutched at the mountains like snakes. The horizon looks far away and the sensation is that your enterprise is worth such a difficult exertion.

We, as “mobile photographers” and “Instagram addicted” were there with the association Instagramers Italia and several bloggers to take pictures to the athletes and to all those who decided to meet this challenge, using the hashtag #AdamelloPedala, which is now the name of the higher exhibition ever held in Europe, on top of Passo Gavia!

The best pictures taken during the event, which took place on August 3rd (climbing Passo Gavia) and 4th (climbing Mortirolo), are now staged at Rifugio Bonetta until the end of September.

Today even RTL 102.5, the Italian main national radio broadcast, talked about this event during “Eccellenze Nazionali”, its program dedicated to what achieves greatness in Italy. Here’s the podcast (in Italian):


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Valle del Chiese e Val di Fumo, tra gigli selvatici, mucche perplesse e polenta.

6 agosto 2013


­­­Non avevo mai fatto trekking vero. E chi fa trekking vero sicuramente dirà che nonostante la mia esperienza trentina continuo a non aver mai fatto trekking vero.

Tutto è cominciato così: “Dai, è una passeggiata nella natura. Non ci dobbiamo arrampicare da nessuna parte”. La Settimana Enigmistica avrebbe scritto: “Le ultime parole famose”.

Da Milano abbiamo raggiunto Brescia in treno. Una responsabile del Consorzio Turistico Valle del Chiese ci è venuta a prendere e ci ha portato alla Diga di Malga Bissina, direzione Val di Fumo. Nessuna delle tre location (Valle del Chiese, Diga di Malga Bissina e Val di Fumo) rientravano nelle mie conoscenze geografiche. Quello che nell’intento era la documentazione fotografica di uno dei percorsi a piedi tra i meno battuti in Italia, era per me un autentico viaggio verso l’ignoto. Un ignoto con un dislivello di 200 metri, dai 1800 ai 2000 metri sopra il livello del mare.

Se consideriamo l’altezza media di un appartamento pari a 3 metri circa, se ne evince che 200 metri, in altezza, equivalgono a un palazzo di 66 piani.  Ecco… dovevo arrampicarmi per 66 piani… potevo essere serena?

Roberto era la nostra guida: infermiere di professione, sindaco di Praso  per amore verso il suo territorio.

Se fossimo stati in grado di seguire il suo passo saremmo arrivati al Rifugio SAT, meta della nostra escursione, in un’ora e mezza a esagerare.

Dopo un’ora e mezza di cammino eravamo appena a metà del Lago Bissina! E il lungo-lago era il tratto più agevole da percorrere: niente salite, strada battuta anche dalle auto, nessun ruscello da attraversare, niente ponti… insomma, poco più di una bella passeggiata in campagna tra cascatelle e gigli selvatici.  Il contesto ideale per fermarsi a scattare una foto ogni 5 minuti! A Roberto sarà sembrata una Via Crucis…

Non stavamo ancora facendo trekking, però. La fatica vera sarebbe arrivata in fondo al Lago, alla foce del fiume Chiese. Al bivio, si può scegliere se risalire il Chiese prendendo il sentiero di destra, più scosceso, tanti massi, tutto in salita, oppure il sentiero di sinistra, più dolce e più semplice da percorrere.

Indovinate quale abbiamo preso.

Ora, per sdrammatizzare, solo chi ha gravi problemi deambulatori non è in grado di arrivare al Rifugio. Tutti gli altri, anche le persone ad allenamento zero come me, possono farlo, in tempi diversi … più o meno agevolmente. Ecco, io meno. Ho fatto fatica, molta. Vedere il rifugio e avere la sensazione che non lo si raggiungerà mai è a tratti sconfortante, però non si poteva mollare. A ogni passo c’era qualcosa di nuovo da scoprire: i girini di rana rossa in un acquitrino, il timo in fiore, che non avevo mai visto in vita mia, la tonalite, ossia la pietra di queste montagne, del Massiccio dell’Adamello, affiorata per la prima volta sul Tonale (da cui il nome). Una pietra così dura da non essere nemmeno scalfita dall’acqua del Chiese, la quale quindi non porta con sé i detriti di roccia e rimane così limpida da sembrare quella di un ruscello. E poi abbiamo incontrato un formicaio gigantesco fatto di rametti accatastati dalle tante formiche laboriose. Roberto l’ha toccato, disturbando le abitanti, poi ha messo la sua mano, a cucchiaio, sopra il formicaio stesso. Ne ha catturato l’odore e ce l’ha fatto annusare. Fortissimo, pungente: l’acido formico rilasciato dalle formiche per difendersi pare sia un ottimo rimedio contro il raffreddore. Sicuramente ti arriva alla testa in pochi secondi!

Le spiegazioni di Roberto, che conosce il territorio come il palmo delle sue mani, sono un toccasana. Ti distraggono dalla fatica, ti arricchiscono, e ti permettono una sorta di integrazione con il territorio. O forse la nuova energia derivava dall’aver sniffato acido formico. Fatto sta che Roberto ama queste montagne e te le fa amare. Ha percorso chilometri a piedi quassù, ha aiutato i musei locali nel rintracciare le trincee e i nascondigli costruiti in questi luoghi dai soldati delle Guerre Mondiali, ha osservato le rocce da vicino per trovare i segni dell’uomo e ascoltarlo è davvero affascinante.

Ci ha parlato del maggio ciondolo, un albero locale di cui non sospettavo l’esistenza, la cui fioritura gialla a grappolo è profumatissima. Il suo legno è duro, eterno, e veniva usato soprattutto per le ruote dei carri, i manici dei coltelli, le cuccette per le vacche. Ma guai a usarlo per le stoviglie: è velenoso e non deve entrare in contatto con il cibo. Appena tagliato è verde cupo e ossidandosi diventa marrone. Viene particolarmente utilizzato nella tarsia.

Ci ha raccontato di Merlino , una località spazzata via dalla peste. Era la terza comunità della Regola (concilio dei capi famiglia che gestivano un territorio) di Praso, Sevros e Merlino. Fino al Quattrocento i documenti della Regola parlano dei capifamiglia di Merlino, dopo di che non se ne ha più traccia. Pare infatti che una grossa epidemia di peste abbia colpito gli abitanti di questa comunità, che, si legge in qualche documento, venivano sfamati dagli abitanti di Praso che allungavano pertiche con il cibo sopra il fiume Filos, in modo che dall’altra sponda lo ritirassero senza entrare in contatto diretto con chi viveva a Praso. Secondo la leggenda, una sola famiglia pareva essere sopravvissuta alla peste, ma per la paura del contagio, i sbirri avrebbero cercato di soffocarne tutti i componenti. Si sarebbe però salvato solo un ragazzo, fuggito a Ghione, dove avrebbe adottato il cognome Salvaterra.

Roberto ci ha parlato anche di etimologia della Val di Fumo: ci sarebbero due possibili derivazioni della parola Fumo. Da “Fini”, ovvero “Confini” e dunque Valle di Confine, oppure dalla nebbia, il fumo, che si concentra in questa conca. E da quello che abbiamo visto mentre eravamo lì direi che la nebbia, data spesso dalle nuvole basse, è sicuramente l’ipotesi più accreditabile.

Siamo arrivati così nella valle, passando davanti a qualche suggestiva malga abbandonata, accompagnati dai racconti di Roberto, e abbiamo fatto l’ultimo sforzo per salire al Rifugio SAT e goderci il panorama, oltre che una merenda strepitosa a base di salumi, formaggi e dolci preparata dai titolari, anche loro protagonisti di una storia di Roberto: sono la terza generazione che gestisce questo rifugio. Prima di loro i genitori di lui e i suoi nonni. Ogni anno arrivano qui a inizio stagione, in primavera, in elicottero, con la maggior parte delle attrezzature necessarie per gestire il rifugio stesso, poi quando hanno bisogno di pane o altri alimenti che non producono in proprio, si avviano a piedi, attraversano tutta la valle, arrivano alla foce del Chiese, dove hanno precedentemente lasciato un’auto, e vanno a fare la spesa. Il ritorno, dalla foce del Chiese, con le buste della spesa, è a piedi.

I salumi e i formaggi sono i loro fiori all’occhiello. La ricotta fatta con il latte delle capre lì al pascolo era una crema così buona, che non me ne potevo distaccare. E poi il fatto di chiamarla “poìna” nel dialetto locale, la rendeva familiare (in ferrarese: puìna). Assolutamente da provare con le tante confetture casalinghe in abbinamento (sublime quella ai mirtilli!). E da provare anche il “Buzzulan”, una pasta sfoglia in rotolo ripiena di marmellata di mirtilli rossi e noci. Le nonne usavano fare questo dolce quando avanzava un pezzo di sfoglia, per la merenda dei bambini. Anche gli adulti hanno apprezzato!

Sarei rimasta volentieri un po’ di più al rifugio. Certo, per riposare, ma soprattutto per parlare con i titolari e capire cosa li porti a fare una vita di questo tipo. Per mesi in questo rifugio, dove i contatti con il resto del mondo sono tutt’altro che scontati. Dovrò tornare quassù un giorno. E vorrò essere accompagnata ancora da Roberto.

La sera ci aspettavano Terry e la sua famiglia, all’Agritur La Zangola.


Terry era una parrucchiera, che ha deciso di cambiare vita alla nascita dell’ultima figlia, che fa l’estetista e lavora in Liguria. Gli altri figli, Michael, il più grande, Daniel, il secondo-terzo figlio, e Kolya, un ragazzo proveniente da una delle ex repubbliche sovietiche, in affido, arrivato a casa prima che nascesse Daniel, poi perso per qualche anno, e ora ritrovato, le danno man forte, col marito, nella gestione del ristorante-rifugio-bed&breakfast. Terry ha una piantagione di fragole più a valle e una malga con le mucche. Fa il burro in casa, senza conservanti, ed è proprio una brava cuoca. Nella fattoria di casa non mancano le capre, i porcellini, gli asini, i cavalli e i cani. Kolya si occupa delle mucche. Le porta al pascolo dando loro anche un po’ di sale, per “insaporire l’erba”, ci dice, ma soprattutto per farle bere. Una di loro è enorme: partorirà un vitellino gigantesco, non senza difficoltà.


Tra le specialità di Terry spicca la Polenta Carbonera. La farina gialla di Storo (località della Valle del Chiese) è l’ingrediente indispensabile per ottenere la perfetta Polenta Carbonera, in cui non mancano burro, grana trentino, salamino fresco e Spressa (un formaggio locale – da non confondere con la Soppressata calabrese). L’apporto calorico di una porzione di Polenta Carbonera non è noto. Si sa però che, essendo un “piatto d’alta quota” (lo si prepara nei rifugi e negli agriturismi oltre i 1000 metri), ne è giustificata l’assunzione anche a ferragosto. Non a caso si tiene qui d’estate una gara tra chef che si chiama “Polenta contro Tutti”. Vince sempre la polenta: i commensali stramazzano al suolo satolli, ma felici. Posso testimoniare.


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Anna, la cestinaia di Castelsardo

25 luglio 2013


Castelsardo si arrampica stanco su per la montagna. È un groviglio di vicoli in salita e scalinate che hanno modellato le gambe delle donne del posto.

Le bambine di Castelsardo fanno le Consorelle (Li Sureddi) nella tradizionale processione pasquale. Le donne più giovani lavorano come accompagnatrici turistiche, guide al castello, commesse e titolari di negozi. Le anziane, sedute sull’uscio di casa, fanno quello che hanno sempre fatto: i cestini per cui il borgo è noto.

Anna è vestita completamente di nero, capelli lunghi, raccolti a cipolla, che ancora non si arrendono al grigiore che l’età imporrebbe. “Sono vecchia – dice- e non vado più da nessuna parte. Dovrete portarmi voi in giro per il mondo, nelle vostre fotografie”.

Anna ha 79 anni. Non sono tanti oggigiorno, ma nella sua voce si avverte la fatica di chi ha le giornate scandite da una routine monotona e senza interruzione: si apre la porta, si appendono i cestini ultimati il giorno prima e rimasti invenduti, si posiziona la sedia sull’uscio e ci si siede dando inizio al rituale: rafia grezza, fieno marino, ago e dita.

Non è sola Anna. Le signore del borgo passano di lì a salutare, a fare una chiacchiera, sicure di trovarla sempre lì, puntuale. E le chiacchiere sulle porte delle case di Castelsardo si intrecciano come i fili dei cestini: si parla dei signori Polo, che ormai non vivono più lì, ma tutti se li ricordano, si sgridano bimbi monelli e poi passa il netturbino a raccomandarsi di far bene la raccolta differenziata, fiero di fare un mestiere onesto “mica come la politica”, ci tiene a precisare, prima di ripartire a far la predica qualche gradino più giù.

Così mi rendo conto. Eccolo il valore inestimabile dei cestini di Castelsardo: non sono solo preziose opere d’arte. I cestini di Castelsardo sono scuse. Splendide scuse per sedersi con Anna, guardare le sue mani che vanno da sole mentre lei parla d’altro, e vivere con lei un pezzetto della sua straordinaria quotidianità.

Castelsardo climbs up the mountain. It is a tangle of narrow streets uphill and steps that have been shaping local women’s legs throughout the years.

Little girls play the “Consorelle” (Li Sureddi) during the traditional Easter procession. Younger women work as tourist guides to the castle, shop assistants or shop owners. Older women, sitting on their doorsteps,  do what they have always been doing: make the baskets that made the village so famous.

Anna is dressed in black and her chignon is not as grey as her age would impose. “I’m old – she says- and I’m not supposed to go anywhere for the rest of my life. You’ll have to take me around the world, in your pictures”.

Anna is 79 years old, and although she’s not “that old” for nowadays standards, in her voice you feel the effort of her uninterrupted monotonous routine. Every day she opens her door, hangs her completed but unsold baskets, sets her chair outside her door and begins her ritual: raw raffia, marine hay, needle and fingers.

Anna is not alone, the ladies of the village passing by to say hello and have a chat, as they know they’ll find her there, as usual. And the chatter on the doors of Castelsardo’s houses are interwoven like baskets threads. Some talk of the Polo family who no longer lives there but everybody still remembers, others scold urchins and the garbage collector passes to advise on how to well recycle, proud to be an honest worker “not like politicians” he insists, before leaving to make his sermon a few steps downstairs.

So I realize. Castelsardo’s baskets value is priceless. Not only are they precious works of art but also they are excuses. Wonderful excuses to sit down with Anna, look at her hands quickly going alone and live with her a piece of her extraordinary everyday life.


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Archery, lesson one. Prima lezione di tiro con l’arco.

31 marzo 2012


For the first time in my life, I experimented archery. And these are the 10 rules on how to do it. At least, this is what you learn at lesson one.

1. with your hands frame the target with a gesture reminding “feminists” (just like .. the target is mine and I will manage it)
2. look through the hole with both eyes
3. close one eye first and then the other: the eye good for gazing is the one that continues to see the target while the other is closed
4. put the string to the bow (this is a pain because you have to bend it to the point that the rope is fixed at both ends)
5. take the arrow out of the box (the quiver is not available at “lesson one”)
6. nock the arrow paying attention to the flap which has a different colour as it must be toward you; should all flaps be the same, two of them should be parallel to the ground
7. load (= pull the cord toward you) from the bottom, (like lifting the bow from the bottom up) and once off the target, pull
8. shooting is instinctive, as if, without arching, you were spranging up your left hand (if you pull right) with the index finger pointing toward the center of the target (therefore, you can hold up the arrow with your index)
9. when everybody runs out of arrows all arches must be put to the ground and everyone has to go and pick up the arrows: you will find them stuck in trees, cans, grass, soil, crashed against the wall, more rarely on the target (we are still at “lesson one” )
10. at the end of the day the arm holding the bow will hurt badly and you’ve probably only hit the upper right corner of the panel that holds the target … pity that you were aiming at the target on its side.

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Per la prima volta nella vita ho tirato con l’arco. E queste sono le 10 regole d’oro per imparare a farlo. Quantomeno sono le prime che impari alla “Lesson One”.

1. con le mani inquadrare il bersaglio facendo un gesto da “femministe” (tipo… il bersaglio è mio e lo gestisco io)
2. guardare attraverso il buco con entrambi gli occhi
3. chiuderne prima uno e poi l’altro: l’occhio buono per la mira è quello che continua a vedere il bersaglio mentre l’altro è chiuso
4. mettere la corda all’arco (è una fatica assurda perché devi fletterlo al punto da far entrare la corda alle due estremità)
5. prendere la freccia dalla scatola (la faretra non è roba da “lesson one”)
6. incoccare la freccia con l’aletta del colore diverso verso di sé, oppure se sono tutte uguali, con due alette parallele al terreno
7. caricare (= tirare la corda elastica verso di sé) partendo dal basso, (come sollevando l’arco dal basso verso l’alto) e una volta arrivati ad altezza bersaglio, tirare
8. il tiro è istintivo, come se, senza arco, voi alzaste di scatto la mano sinistra (se tirate di destro) con l’indice puntato verso il centro del bersaglio (e per questo, potete sorreggere la freccia con l’indice)
9. esaurite le frecce si appoggiano tutti gli archi a terra e si vanno a recuperare: le troverete infilzate negli alberi, nelle lattine, nell’erba, nel terreno, schiantate contro il muro, più raramente sul bersaglio (siamo pur sempre alla “lesson one”)
10. a fine giornata avrete malissimo al braccio che tiene l’arco e avrete probabilmente colpito solo l’angolino superiore destro del pannello che regge il bersaglio… peccato che stavate mirando al bersaglio accanto.


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C’è scarpa… e scarpa!

24 febbraio 2012



lamorachevola: cosa dici, belle queste scarpe da ginnastica, no?
supertechman: sì carine…
lamorachevola: non bianche però
supertechman: chiediamo se ci sono altri colori
lamorachevola: scusi, ci sono nere di questo modello
Commessa, in mezzo al negozio: quali? Ah, quelle per rassodare i glutei? Vedo in magazzino…
lamorachevola: le lascio e scappiamo?

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