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Quando Milano non è frenetica…

9 luglio 2011


A Milano, in luglio, capita che ci sia poco traffico e sia possibile sentire distintamente le conversazioni delle persone che si incontrano, o osservarle nel dettaglio.
Così oggi ho incrociato, nell’ordine:

In bici.
bambina: “papà, quanti anni hai?”
papà: “42″
bambina: “e la mamma?”
papà: “la maaaammmmaaaaaa mmmmm….”

Marito e moglie con barboncino bianco.
La coppia incrocia un papà con passeggino. Il passeggino si schianta sul cane e il bambino centra il naso del barboncino. Dapprima marito e papà si scusano a vicenda, dopo di che:
Marito: “coglione!!”
Moglie: “uè pistola, guarda che è colpa tua, eh?”
Marito: “passeggini di merda”
Moglie: “no, sei tu che lasci il guinzaglio troppo lungo e non controlli il cane!”
(un quarto d’ora di discussione)

A passeggio:
signora con braccio ingessato e cerotto vistosissimo sotto il mento.
sul gesso un ironico augurio: “buona vacanza!”

… a volte il traffico ha il suo perché!


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Ricordi

27 maggio 2011


lamorachevola: uuuh, lo senti questo profumo?

supertechman: mmmm… sì

lamorachevola: sono i tigli!!! adoro i tigli… fioriscono in questo periodo… al paesello natìo ce n’erano tanti e ogni volta che sento questo profumo mi ricordo il periodo della fiera di Al Mihàr e il mio compleanno…

supertechman: aaaahhh…

lamorachevola: ??? beh… mi dispiace che tu sia cresciuto come un pollo di allevamento in mezzo al cemento della grande città e non abbia alcun ricordo legato alla natura!

supertechman: !?! ma non è vero! io ricordo l’odore intenso della mentuccia che si sentiva quando i miei mi portavano a visitare le necropoli!

lamorachevola: ah beh.


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Barcelona, ¡ te quiero !

23 marzo 2011


Barcellona è sempre meravigliosa.

In inverno però ha un non so che di magico. Sarà il mare, sarà il freddo sotto il cielo limpido, sarà la Sagrada Familia che non finisce mai e le code di persone che si accalcano per salirci in cima, per vedere tutta la città. Peccato che la cosa più caratteristica sia giustappunto la Sagrada Familia… ma accade lo stesso anche a Parigi con la Tour Eiffel, a Roma col Cupolone e via così… tutto il mondo è paese.

Sagrada FamiliaBarcellona è una delle città che conosco meglio in Europa. Eppure, ogni volta che ci vado mi accorgo che c’è qualcosa di nuovo da scoprire. Qualche angolo che non avevo fotografato, qualche negozio nuovo e le certezze dell’ultima volta, tra cui il self-service Lactuca, dedicato per lo più a verdure e frutta fresca. Ce n’è uno accanto alla Sagrada Familia e un altro a due passi da Plaça Catalunya, di fianco a uno dei tanti Starbucks (dove grazie a un check in su Facebook Places ho guadagnato un espresso gratis): combinazione perfetta!

Sorprendentemente, non ero mai stata al Park Güell. Da Plaça Catalunya si prende l’autobus numero 24 (direzione Carmel). Attenzione. Alla fermata del metro è indicata la fermata di questo bus, ma uscendo troverrete la fermata la fermata del 24 per andare in direzione opposta. Dovete invece andare esattamente davanti all’ingresso del Corte Inglés di Plaça Catalunya, dove non troverete -come probabilmente potreste aspettarvi- la pensilina classica, ma solo un paletto con sopra il numero del bus. L’ho trovato per caso, seguendone uno visto da lontano! Se non vi riesce di trovare il paletto, però, non demordete: potete prendere lo stesso bus in Passeig de Graça o in Plaça Lesseps -ovviamente sempre andando in direzione Carmel.

Park Güell, o Parque Güell in castigliano, sembra essere stato il parco giochi di Antoni Gaudì, l’architetto più famoso di Barcellona, autore dell’incompiuta Sagrada Familia. Ci sono due casette che sembrano di marzapane, un percorso che sembra un porticato tutto storto, uno spiazzo incastonato tra sedili ricoperti di piastrelle colorate, una delle case che Gaudì abitò e una specie di ramarro mosaicato superfotografato, cui un paio di volontari fanno la guardia per proteggerlo dai turisti che, in cerca di foto-con-l’-animale, rischiano di danneggiarlo. Pur essendo di fatto anche lui incompiuto, Park Güell è stato nominato Patrimonio dell’Unesco.

Un luogo di cui proprio non sapevo l’esistenza, a Barcellona, era invece il Museo del Profumo. E’ nascosto nel retrobottega di una profumeria apparentemente normalissima (la Perfumería Regia) che affaccia su Passeig de Graça (al numero 39), accanto a Casa Batllò. Sembra di entrare in un caveau. Le signorine della profumeria continuano a fare il loro lavoro, finché non chiedi “scusi, ma il museo”… allora ti guardano un attimo e ti dicono “venga con me”. Ti accompagnano sul retro e a un signore annunciano “ci sono dei giornalisti per il museo”… e lui “quanti sono?”… “due”… “falli accomodare”. Siamo entrati così, gratuitamente, in un vero e proprio scrigno, con reperti datati e preziosi accanto a boccettine mignon che ho anche io. E’ un mix strano e affascinante che lascia a bocca aperta e stimola lo scatto fotografico. In una teca, poi, fanno bella mostra di sé tantissimi porta-cipria, che mi sarei portata a casa volentieri.

Un altro preziosissimo bijou barcellonese è il Museo della Cioccolata. Si entra attraverso una pasticceria deliziosa, e il biglietto d’ingresso è una barretta di cioccolato (già solo per questo, vale la pena!). Al suo interno si ripercorre la storia del cioccolato, si ammirano vere e proprie sculture dolci (tra cui la Sagrada Familia, rigorosamente incompiuta) e si viene a conoscenza dell’esistenza di un dolce tipico catalano  che si chiama Mona de Pascua. Non la conoscevo. Per me il dolce tipico di qui era solo la Crema Catalana! Del resto, a questo giro, ho visto per la prima volta anche la Coca de Sant Joan, versione sia salata che dolce, venduta in alcuni banchetti dentro ai centri commerciali, uno dei quali costruito recentemente proprio sul mare, accanto al Porto (Port Vell), direzione Barceloneta… un centro enorme e supermoderno collegato alla terra con ponti sinuosi, e animato da ristoranti, negozi e multisala IMAX.

Les Quatre GatsOltre al Lactuca di cui sopra, durante questa permanenza abbiamo sperimentato anche un self service tipicamente locale frequentato quasi esclusivamente da coppie di anziani, un ristorante specializzato in paellas (Arroserìa)  alla Barceloneta (niente di che, piuttosto turistico), ma soprattutto Les Quatre Gats, un locale storico di Barcellona che da fuori ha un ché di gotico, svelando poi all’interno un’atmosfera goliardica da trattoria davvero piacevole. Si entra in una prima saletta che sembra quella di un bar di periferia, poi si accede a una sala più ampia con il bancone e quindi nel “salone d’onore”, con tanto di pianista e balconata con tavoli che affacciano sugli ospiti del piano di sotto. Molto suggestivo. Trucco per gli amanti dello scatto: se non insistete per fare foto, rischiando di disturbare i clienti, saranno gli stessi camerieri a invitarvi a farle e anche a farle con voi.

A Barcellona è bello perdersi. Le Ramblas sono belle la prima volta, ma già al secondo giro si sente la necessità di entrare tra i vicoli. Se ci si addentra troppo si inizia a percepire la sensazione di essere osservati, di essere in territorio “controllato”, e dunque è bene tornare da dove si è venuti, ma sicuramente vale la pena osare un po’. Allo stesso modo siamo finiti a mangiare in una piazzetta piccina dietro il Museo del Cioccolato (il menu è scritto in catalano, ma i piatti sono abbastanza anonimi – al di là del “pan y tomates”, che è tipico di qui e assomiglia a una nostra bruschetta senz’aglio, il resto del menu è per lo più caratterizzato da tapas).

Avanti, come sempre, gli Starbucks: a ogni check in su Facebook Places si poteva ricevere un espresso gratis… come non approfittarne!? Ah, una nota linguistica: se vi piacciono i muffin ai mirtilli, è utile sapere che in catalano “mirtilli” si dice “nabius” e non “aràndanos”, come in spagnolo!


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Gino, Guido e Jersey Shore

2 febbraio 2011


Gino non è un nome da usare a Milano.

A Milano, se senti apostrofare qualcuno come “Gino”, non è esattamente un complimento.

Se infatti ti dicono “Sei proprio un Gino!”, in un italiano corretto suonerebbe così: “Sei proprio un rimbambito, un credulone, un ingenuo, un rincoglionito!”.

E’ un modo di dire di cui sono venuta a conoscenza una decina di anni fa, quando sono arrivata nella metropoli, e che ho imparato subito, come fanno i bambini con le parolacce!

Esiste invece un detto americano che castiga i poveri “Guido“.

Negli Stati Uniti il nome Guido non viene utilizzato, semplicemente perché un “Guido” (o una “Guidette“) è un italo-americano truzzo. Dove truzzo sta per tamarro, nell’accezione peggiore del termine. Quindi se sentite dire a un italo-americano “You’re a Guido!” (sei un Guido!), beh, qualcuno gli sta dicendo che -come direbbero a Roma- è un “coatto” o un “burino”.

Ma mentre a Gino non è stata dedicata neanche una pagina web, per Guido è stata creata una pagina su Wikipedia (che, a onor del vero, cita anche Gino e Mario come sinonimi americani) e, come se non bastasse, un “reality” (Jersey Shore) che tiene gli americani incollati alla tv. In breve, una sorta di “Grande Fratello” che riunisce (ma non rinchiude) in uno stesso ambiente un gruppo di italo-americani superpalestrati e supertatuati e italo-americane superdotate e supertruccate, le cui maggiori preoccupazioni sono tenersi in forma, fare la lampada e dedicarsi al bucato nelle laundry a pagamento.

La terza serie ha registrato un picco di spettatori… al punto che sembra vogliano girare la quarta in Italia, probabilmente nei dintorni di Napoli.

Quasi quasi manderei un “Gino” milanese, intruso, per alzare ulteriormente gli ascolti!


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Zabov. Made in Ferrara.

30 gennaio 2011



Ferrara, la mia città, è nota per le biciclette (per anni è stata al top della classifica europea, anche prima di Amsterdam), il Castello Estense, con il fossato pieno d’acqua, il Palazzo dei Diamanti e le sue mostre di altissimo livello, gli affreschi di Palazzo Schifanoia, l’antico ghetto ebraico, lo scalone del Municipio e il “listòne” (-dal dialetto “listòn”- ossia il marciapiede enorme accanto al Duomo, su cui spesso -in occasione di feste più o meno ufficiali- prendono posto bancarelle di vario tipo).
Sul fronte gastronomico, si va a Ferrara per mangiare i cappelletti, i cappellacci con la zucca, la “coppia” di pane doc (nota fuori città come “pane ferrarese”), la “salamina da sugo con il purè“, il pampepato (o pampapato) e la torta tenerina. Certo, meglio d’inverno, visto l’alto contenuto calorico di molte di queste prelibatezze. Su una tavola ferrarese, poi, non possono mancare i “vini delle sabbie“, ovvero i vini del Bosco Eliceo, un’area verde che cresce sul litorale ferrarese, appunto, nota, in parte, come “Boscone della Mesola”. Il pranzo ferrarese, infine, si chiude con un Caffè Krifi, anch’esso ferrarese originale.

Sono meno noti, pur se ferraresi doc, la torta di tagliatelle e il Zabov.
La torta di tagliatelle “firmata Orsatti“, il panificatore più famoso della città (è suo il pampapato “doc” locale -5 stelle senza esitazioni!-), l’ho assaggiata per la prima volta lo scorso anno e, pur se gradevole, non l’ho trovata particolarmente allettante.

Ricordo invece di aver assaggiato il Zabov da piccola. E’ un liquore a base di uovo e mi è stato consentito di appoggiare le labbra al bicchiere di mia nonna per assaggiarne un goccino-ino, come si fa per far assaggiare il caffè o il vino ai bambini. E questo gesto unico, o forse ripetuto solo un’altra volta, ha contribuito a fare del Zabov la mia “madeleine di Proust”, il contatto con la mia “fanciullezza” e il rapporto con mia nonna (alla stregua di quel risotto cremoso che solo lei sapeva prepararmi quando avevo mal di gola e febbre).

(c) Filippo Natali.
Ho scoperto la ferraresità del Zabov (che data 1946!) molto avanti negli anni, dopo il diploma superiore, peraltro conseguito a Ferrara. Una ex compagna di classe andò a lavorare in un negozio vicino alle Distillerie Moccia e solo un giorno in cui decisi di andarla a trovare al lavoro, mi resi conto che proprio lì c’era una fabbrica, che sembrava dismessa, con sopra l’insegna “Zabov”. Fu emozionante. E lo fu anche parlare del Zabov con un “nuovo” amico di Facebook, originario di Ferrara città, che visse la sua giovinezza proprio a due passi dalla distilleria (confermandomi che è ancor oggi attiva), prima di trasferirsi, anche lui, a Milano.

Zabov è acquistabile in tutti i supermercati, ipermercati, bottiglierie, può essere acquistato direttamente alle Distillerie Moccia se si è in possesso di partita Iva ed è disponibile anche in confezione tascabile: Action Zabov da 50 cc.


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Andar per cimiteri e cavalcavia a Milano

14 gennaio 2011


Sono a Milano da 10 anni e lo ammetto: non ho ancora ben chiaro come sia girata.

In particolare mi confondono i nomi simili che sono stati attribuiti a cose simili, ma che si trovano in luoghi diversi.

Per esempio a Milano ci sono il Cavalcavia della Ghisolfa, ma anche il Cavalcavia del Ghisallo.
Esiste il Cimitero Maggiore (o Musocco -apprendo online, ma mai sentito definire così), ma ci sono anche il Cimitero Monumentale e Viale Certosa, che invece di portare a una Certosa, finisce dritto dritto al Cimitero Maggiore di cui sopra; tuttavia (svelato il mistero!) prende il nome dalla Certosa di Garegnano, che si trova lì accanto, in via Garegnano, appunto.

Cerchiamo quindi di fare un po’ d’ordine, soprattutto mettendo queste indicazioni su una mappa e notando, per la prima volta, quanto tutto sommato questi tre luoghi non siano così distanti tra loro.


Visualizzazione ingrandita della mappa

E adesso un po’ di indicazioni pratiche.

PUNTO C sulla mappa.
Il Cimitero Monumentale è quello più in centro, nel piazzale omonimo, al confine con la China Town di via Paolo Sarpi. E’ il cimitero progettato nella seconda metà dell’Ottocento dall’architetto milanese Carlo Maciachini (cui Milano ha dedicato un Piazzale e l’omonima fermata metropolitana sulla Linea MM3 Gialla), ricco di sculture neoclassiche e templi che si rifanno al gusto di chi vi è sepolto. Tra i defunti illustri, riposano qui Manzoni, Marinetti, Quasimodo, Toscanini, Alberto Ascari (pilota pluripremiato di Formula 1), Walter Chiari, Enzo Tortora e molti altri. Curiosità: per oltre 30 anni fu sepolta qui anche Evita Peròn, col nome fittizio di Maria Maggi, poi trasportata a Buenos Aires.
La metropolitana più vicina è Porta Garibaldi (MM2, Verde), ma è senz’altro meglio scegliere uno dei tram che fanno tappa alla fermata Bramante-Monumentale (tram 11, 12 e 14).

PUNTO A sulla mappa.
Il Cimitero Maggiore è invece, come si diceva, giusto in fondo a Viale Certosa.
Va detto, per spiegare bene, che questa zona è al confine tra due quartieri: Musocco e Garegnano, entrambi ex comuni, ma ora aree appartenenti alla metropoli. Essendo sul territorio del quartiere Musocco, il più grande cimitero di Milano è anche noto col nome stesso di questo quartiere (fortunati gli abitanti!).
Il Cimitero Maggiore ospita anch’esso alcuni italiani illustri. Il più famoso è stato Benito Mussolini, fino a che nel 1946 non ne trafugarono la salma che, dieci anni più tardi, la famiglia decise di tumulare a Predappio. Peraltro, combinazione, oltre i cancelli del Cimitero Maggiore c’è il Cimitero Ebraico. E’ sepolta qui anche Giuni Russo… poi ognuno andrà a rendere omaggio a chi sente più vicino.
All’interno del Musocco c’è anche il Convento di Cappuccini in cui vive Frate Cesare Bonizzi, noto come “frate rock”, per la sua passione nei confronti dell’heavy metal (!).
Per consentire una visita completa dei quasi 700mila metri quadri, è a disposizione una navetta.
Per raggiungerlo, il tram 14 ha qui il suo capolinea (fermata Cimitero Maggiore o Certosa-Cimitero Maggiore).

PUNTO B sulla mappa.

Infine la Certosa di Garegnano. Non è un cimitero, ma un monastero nato per consentire ai monaci che l’amministravano di vivere in ritiro solitario. Per questo fu scelto di collocarla nel borgo di Garegnano che, nella prima metà del Trecento, quando fu fondata dal vescovo Giovanni Visconti, era decisamente in aperta campagna. Nel corso dei secoli ospitò Petrarca, San Carlo Borromeo, Filippo IV di Spagna, Lord Byron e ricevette cospicue donazioni, nel Quattrocento, da Luchino Visconti. —   NOTA: nonostante il link di Wikipedia all’omonimo regista, ho motivo di credere che qui non si parlasse dell’artista, ma al massimo di un illustre antenato.
Oggi la Certosa (raggiungibile sempre con il tram 14, fermata Certosa-Gradisca, e percorrendo via Garegnano a piedi), rimane un interessante monumento da visitare, nonostante sia mutilata del chiostro grande (distrutto all’epoca della secolarizzazione napoleonica), e sia lambita dal cavalcavia che collega all’Autostrada dei Laghi e alla Torino-Venezia (!).

Ma a proposito di Cavalcavia!!!
Dicevamo della Ghisolfa e del Ghisallo.
Anche qui occorre collocarli su una mappa.


Visualizzazione ingrandita della mappa

E sorpresa!
Il Cavalcavia del Ghisallo (punto A sulla mappa) è giustappunto quello accanto alla Certosa di Garegnano.
Il Cavalcavia della Ghisolfa (punto B sulla mappa) – o Ponte della Ghisolfa – nella viabilità normale è noto come “Cavalcavia Adriano Bacula”, che poi diventa “Sopraelevata Monte Ceneri” e proseguendo prende altri nomi ancora. Per tutti è il Cavalcavia della Ghisolfa perché attraversa tutto il quartiere omonimo. Passa perpendicolarmente sopra Viale Certosa ed è noto in città perché è tempestato di autovelox e, siccome passa all’altezza del secondo piano di molti palazzi limitrofi, la sera, dopo le 22, non vi si può salire.
Attenzione: non è che venga chiuso in qualche modo. Il divieto è solo scritto all’imbocco… ma se leggete il cartello alle 22:01, ahimè, rischia di essere troppo tardi.


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Girolamo Panzetta, da Tokyo

11 gennaio 2011


Chiedete a uno straniero che idea ha degli italiani.

Una mia professoressa americana all’università ci disse “voi italiani siete sempre bellissimi da vedere”. Si riferiva all’attenzione nei confronti del look e allo scrupolo con cui abbiniamo i colori. Un’amica di Facebook adora le Fettuccine Alfredo (!) e la focaccia pugliese, riconoscendo il nostro primato in cucina. Il fatto che l’Italia sia un museo a cielo aperto, poi, è un dato di fatto. Pochi sono rimasti legati all’idea “pizza-pasta-mandolino-mafia” che ci rese famosi nel mondo.

Se invece chiediamo a uno straniero quale sia l’italiano più noto, oggigiorno ci sentiamo rispondere Berlusconi. Qualcuno azzarda con cantanti e stilisti. Più raramente sono citati personaggi legati alla nostra cultura.

In Giappone però il Berlusca non se lo fila nessuno… e l’Italiano più famoso (dopo Leonardo Da Vinci!) è Girolamo Panzetta.

Chi???

Sì, Girolamo Panzetta da Avellino (per i giapponesi Giro-san) è l’uomo immagine dell’Italia.

Girolamo insegna italiano alla televisione nipponica (con canzoni di Pino Daniele come sottofondo); Girolamo è sempre (sempre!) l’uomo-copertina del magazine mensile di stile e tendenza “Leon”  (20 euro a copia), e un evento non conta niente se Girolamo non vi prende parte.

Contrariamente a quello che vediamo spesso alla televisione italiana quando sono intervistate persone di Napoli (talvolta tradotte con sottotitoli in italiano), Giro-san sembra estremamente portato per le lingue. Parla infatti un giapponese fluente ed è osannato sia dal pubblico femminile, che lo ritiene un autentico “macho italiano” (chi non vorrebbe avere un Giro-san in casa?!),  sia da quello maschile, che lo reputa un esempio da seguire, per conquistare le donne giapponesi. Sì, perché la maggior parte dei titoli che accompagnano la foto di Girolamo su Leon recitano qualcosa come “ecco come vestirsi, per conquistare le donne” o “ecco cosa mangiare, per conquistare le donne”, o ancora “ecco cosa fanno gli italiani… per conquistare le donne”.

Insomma, un manuale di “cascamortismo”.

Tuttavia, sposato con una giapponese figlia di un produttore televisivo (!), Giro-san è diventato una potenza, un’autorità vera.

Un marchio indossato, mangiato, letto, visitato da Girolamo Panzetta da Avellino diventa un “must” per il pubblico giapponese.

Giro-san ha trovato l’America nel Paese del Sol Levante e se un brand italiano di qualunque genere intende sbarcare in Giappone, sicuramente è consigliabile che “passi da lui”… certo, l’italiano medio, malpensante e macchiato dal preconcetto per cui questo significhi “pagargli una mazzetta” contesterà la mia buona fede, tuttavia penso che questa sia solo una disamina critica dei fatti. Sia che si paghi oppure no.

Si parlava di lui sulla blogosfera già nel 2006 e in un commento qualcuno disse “ne sentiremo parlare… e cominceremo a ridere”!

Se non altro, le recensioni di Leon lo descrivono da sempre come un magazine dedicato agli uomini di mezza età!


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