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Tremosine, il Lago di Garda e le Potarìse

27 maggio 2014


Quello di è un comune diffuso. Così diffuso che persino il comune stesso, inteso come municipio, non è a , bensì a Pieve, la località dei SìmaSàc. I Sìma… che?

Cominciamo dall’inizio.

Tremosine, in provincia di Brescia e a picco sul , è costituita da 17 (ma qualcuno oggi ne conta 18) frazioni. La più recente, la diciottesima, è nata in seguito alla costruzione delle seconde case che sempre più tedeschi hanno scelto come meta di vacanza, mentre le altre 17 frazioni hanno una storia antica, fatta anche di quel sano campanilismo italiano per cui l’erba del vicino sembra più verde, ma la nostra è senza dubbio migliore.

Per molti anni isolate dal resto del territorio circostante, prima che l’ingegner dirigesse i lavori della e prima ancora che suo padre, il geologo tremosinese , progettasse la strada Porto-Pieve-Vesio, questi piccoli agglomerati erano collegati al lago da sentieri scoscesi, che scendevano e risalivano lungo le rocce, e da una teleferica usata per le merci, trasportate in sacchi, che arrivava a Pieve. I cittadini di questa frazione erano quindi avvantaggiati dalla ricezione delle merci in anteprima e, secondo la leggenda, approfittavano largamente di questo beneficio, aprendo i sacchi di crusca o di farina, appropriandosi di porzioni che non erano per loro e livellando nuovamente il contenuto dei sacchi (l’operazione in dialetto si descrive come Simàr i Sàc) prima che questi ripartissero per altre destinazioni. La famiglia Cozzaglio, insigne rappresentante del territorio tremosinese, viveva nella famosa “Cà de la Scala Tonda”, a Pieve. Anche questi illustri cittadini erano quindi dei SìmaSàc.

La vista mozzafiato dalla terrazza di Pieve. Foto di Morena Menegatti

La vista mozzafiato dalla terrazza di Pieve.
Foto di Morena Menegatti

A Voltino, la frazione più in alto sul livello del mare, vivono invece i CantaGài, quelli che per primi, vedendo la luce del sole, sentono cantare i galli, mentre a Vesio ci sono i MàgnaRospi, che si diceva mangiassero i rospi che popolavano il grande stagno che si trova sul territorio. Pregasio era invece terra dei FùraSése, ossia coloro che si intrufolavano oltre le “sése”, il recinto di filo spinato che proteggeva i terreni altrui, per impossessarsi di ortaggi e altre primizie; i RòbaBòre rubavano invece i tronchi di legna accatastata a Sermerio.

A Campione risiedevano invece i Picàole, che dopo aver pescato le alborelle di lago (le àole, in dialetto), le mettevano a essiccare appendendole, come impiccate, agli alberi. Cadignano è invece la frazione dei BùsaBurde, apparentemente abitata da persone così timide e schive da camminar sempre a capo chino, al punto che potrebbero finire contro le burde (ossia i pendii di terra che separano due prati che si trovano su livelli diversi). Chi vive a Mezzema si dice invece sia così ingenuo da meravigliarsi di tutto, e per questo meritevole di essere definito un Maravée. A Voiandes ci sono invece i MaCaBèi (letteralmente “ma che belli”, mentre oggi si direbbe forse “ma che fenomeni”), definiti così dopo che si erano cimentati in un’impresa un po’ azzardata, quella di far andare a vela una carro normalmente trainato dai buoi. Impresa miseramente fallita. A Ustecchio, territorio coltivato a vigneti, ci sono sempre stati invece i Botasöi, ovvero i possessori di botti per il vino, mentre nel territorio della Corésa (ossia la zona che oggi comprende Secastello, Sompriezzo, Musio e Priezzo), c’erano Le Potarìse de la Corésa, ossia i fichi, qui coltivati in grandi quantità, e conservati a essiccare nei solai insieme ad altri frutti.

Con il termine Potarìse, però, oggi si definisce, nel dialetto locale, anche l’organo genitale femminile… ma questa è probabilmente un’altra storia.

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